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Dalla Brianza al Mare Nostrum: la cucina circolare che esalta il pesce “dimenticato”

La Brianza, terra di colline moreniche, industria e tradizione culinaria radicata, evoca spesso immagini di risotti, salumi e formaggi. Meno frequentemente la si associa al mare e, men che meno, al pesce “dimenticato”. Eppure, un’iniziativa come “Grow, la Brianza che non ti aspetti” ci invita a riconsiderare questi confini, a immaginare connessioni virtuose che travalicano le geografie. E, per un sito come il nostro, dedicato alla riscoperta delle specie ittiche meno note e alla cucina sostenibile, questa è una scintilla da cogliere al volo.

Cosa ci dice, in fondo, una manifestazione che promuove l’innovazione e la sostenibilità in un contesto storicamente legato a tutt’altro? Ci dice che la sensibilità verso una gastronomia più consapevole e responsabile sta permeando ogni angolo del nostro Paese. Ci dice che anche in regioni non costiere si può e si deve parlare di pesce, non solo in termini di consumo, ma anche di filiera, di educazione al gusto e di sostenibilità.

Immaginate un percorso in cui la Brianza, forte della sua innata capacità di innovare e della sua rete di piccole e medie imprese, diventi un hub per la valorizzazione del pesce povero. Non stiamo parlando di importare tonnellate di pescato esotico, ma di creare una filiera che, partendo dalle coste italiane, arrivi a proporre nei ristoranti e nelle pescherie brianzole specie come il suro, l’alaccia, la palamita o il sugarello. Specie che, pur abbondanti e gustose, spesso non trovano spazio sui banchi del pesce, surclassate da salmone, branzino e orata.

La “Brianza che non ti aspetti” e la Pesca Sostenibile: un matrimonio possibile

Il legame tra un’iniziativa come “Grow” e la missione del nostro sito è più profondo di quanto possa sembrare. La sostenibilità, al centro di queste manifestazioni, non può prescindere da una pesca responsabile. Significa scegliere specie che non sono sovrasfruttate, che hanno cicli riproduttivi rapidi e che, soprattutto, offrono un’alternativa valida e spesso più economica alle specie più blasonate.

In un territorio come la Brianza, dove la cultura gastronomica è elevata e la ricerca della qualità è intrinseca, si possono creare dei veri e propri laboratori del gusto dedicati al pesce dimenticato. Chef e ristoratori, stimolati da eventi di questo tipo, potrebbero essere incentivati a esplorare queste specie, a creare ricette innovative che ne esaltino il sapore e la versatilità. Pensiamo a un carpaccio di alaccia marinata con agrumi locali, a un ragù di sgombro fresco per un piatto di pasta brianzola, o a un fritto misto con suro e boghe, servito con una maionese fatta in casa.

Questo non sarebbe solo un beneficio per il palato, ma anche per l’ambiente e per i pescatori. Consumando pesce “dimenticato”, alleggeriamo la pressione sulle specie più richieste, contribuendo a mantenere l’equilibrio degli ecosistemi marini. E offriamo nuove opportunità di mercato a quei pescatori artigianali che, con la loro piccola imbarcazione, ogni giorno portano a terra un pescato vario e, purtroppo, spesso sottovalutato.

La Brianza, con la sua energia e la sua capacità di guardare avanti, può diventare un modello. Un esempio di come la sostenibilità, l’innovazione e la valorizzazione del territorio possano incontrare il mare, anche a distanza di chilometri. Non è solo questione di “pesce dimenticato in tavola”, ma di una mentalità nuova che abbraccia l’intero ciclo: dalla pesca consapevole alla cucina creativa, passando per la diffusione di una cultura del cibo che rispetti la natura e le sue risorse. La “Brianza che non ti aspetti” è anche questo: la scoperta che l’eccellenza può nascere da un’inedita e proficua contaminazione.

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